Interviste
ad esperti
"Analgesia
del dolore acuto e persistente"
Intervista a Sebastiano
Mercadante (Unità di Terapia del Dolore e Cure Palliative
Dipartimento Oncologico "La Maddalena", Palermo)
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La maggior parte dei pazienti con cancro presentano
sindromi dolorose che richiedono l'uso degli oppioidi. Le linee-guida
internazionali raccomandano un approccio farmacologico sequenziale,
come quello a tre gradini proposto dall’Organizzazione Mondiale
della Sanità (OMS). Ritiene imprescindibile questa sequenzialità,
o in taluni casi è possibile – per dir così – saltare
il secondo gradino?
Sicuramente questa scala ha un carattere didattico-divulgativo ed è rivolta
prevalentemente ai medici di medicina generale. In realtà, in
un ambiente più specialistico e di fronte a situazioni cliniche
complicate soprattutto per intensità di dolore, questa scala
viene spesso sovvertita. Questo significa che esistono delle emergenze
dolorose che prevedono strategie terapeutiche diverse, attraverso l’utilizzo
di farmaci molto forti, anche impiegati per vie di somministrazione
più rapide, come quella endovenosa, fino a che il dolore non
venga controllato. Per esempio, nel nostro ospedale in alcuni casi
si utilizza una titolazione rapida del dosaggio di morfina, per via
endovenosa che permette di raggiungere nel giro di dieci minuti un
controllo totale del dolore; poi si passa al dosaggio per via orale.
Si tratta naturalmente di un uso clinico degli oppioidi, ma rimane
senza dubbio importante il valore didattico-divulgativo dell’approccio
dei tre gradini proposti dall’OMS che prevede l’uso sequenziale
secondo rapporti di potenza di questi farmaci: FANS, Oppiodi deboli,
Oppioidi forti.
Il dolore è una malattia, più che un sintomo, che però,
del sintomo, mantiene tutta la soggettività. Esistono standard
e scale efficaci ed universalmente riconosciuti per misurare il dolore?
È
molto difficile classificare in maniera standardizzata il dolore. Basta
pensare alla tipica soggettività dell’espressione stessa
del dolore: stimoli di identica intensità che producono anche
sperimentalmente risposte completamente differenti. Se poi si aggiunge
che, a sua volta, a parità di stimolo, una quantità di
analgesico produce effetti completamente differenti in un soggetto
piuttosto che un altro, è possibile capire come il fenomeno
dolore sia soggettivo non solo nell’espressione, ma anche nella
risposta ai farmaci analgesici.
Esistono, tuttavia, delle scale che consentono di misurare nello stesso
soggetto i cambiamenti del dolore nel tempo o in seguito ad un trattamento.
Si va dalle scale verbali, in cui si adoperano aggettivi come lieve,
moderato, forte, fortissimo, a scale più complicate come quelle
numeriche o, ancora, a quelle analogico-visive in cui si localizza
il dolore su una linea immaginaria che va dall’assenza di dolore
al dolore acuto. In quest’ultimo caso si tratta di scale molto
più difficili da accettare, perché di più ostica
comprensione, soprattutto, per i pazienti anziani. Nella misurazione
del dolore si tratta soprattutto di individualizzare la scala secondo
la tipologia di paziente e l’intensità di dolore a cui
si fa riferimento. Tornando al paziente anziano, che può avere
dei problemi di tipo cognitivo o educazionale, si deve chiaramente
adoperare una scala che sia il più semplice possibile, ad esempio,
quella di tipo verbale.
La responsività agli oppiodi nei pazienti con sintomatologia
dolorosa da cancro è una fenomenologia complessa ed individuale,
variabile nel tempo, in ragione di fattori non sempre facilmente identificabili.
Sembrerebbe però che dolore neuropatico e fenomeni della tolleranza
abbiano meccanismi biochimici comuni. Ci sono prospettive al riguardo?
Il
dolore da cancro evidentemente non può essere considerato
come una forza che richiede un aumento del dosaggio proporzionale alla
massa neoplastica: non si tratta, infatti, della quantità di
massa che comprime un organo, provocando dolore. Il problema cancro è molto
più complesso, perché al di là degli aspetti psicologici,
quindi, della soggettività, deve essere visto in relazione alla
malattia stessa e alla tendenza che questa ha ad influenzare anche
l’espressione di alcuni recettori.
I recettori degli oppioidi, ad esempio, sono essenziali al dolore.
Infatti, gli stessi fattori neoplastici che sono presenti nel sangue
del paziente, che ha il cancro, sono in grado di modificare l’espressione
e la responsività di questi recettori. Ciò si traduce
nella capacità d’indurre una tolleranza a questi farmaci,
quindi, nel richiedere quantità maggiori di farmaci per ottenere
lo stesso effetto.
È
necessario ragionare al di là della quantità di malattia:
modo in cui, invece, il tumore normalmente viene concepito dall’oncologo.
Bisogna tenere presente, inoltre, un altro dato che emerge sia da studi
sperimentali sia da osservazioni cliniche: la somministrazione di oppiodi
di per se può produrre una strana sintomatologia ipereccitatoria.
In alcuni casi, infatti, la somministrazione prolungata, soprattutto
ad alte dosi, di oppioidi, in condizioni dove esistono fattori di base
neoplastici favorenti, si produce un aumento del dolore che molto spesso è confuso
con la tolleranza; da qui viene la necessità di aumentare il
dosaggio.
Ci spieghi meglio…
Il tutto in realtà si traduce in un complesso meccanismo vizioso
in base al quale è come se l’effetto producesse la causa.
Un ulteriore incremento di dose, nel tentativo di ricomporre la situazione
precedente di analgesia, alimenta un circolo in cui il dolore è trattato
con la propria causa: si somministrano gli oppioidi perché è aumentata
la necessità, ma lo stesso aumento del dosaggio si traduce nell’aumentare
la necessità. L’analgesico, invece di essere tale, diventa
iperalgesico. È evidente come in questi casi sia necessario
intervenire con un altro tipo di farmaci secondo strategie di tipo
preventivo o di accompagnamento che possano ridurre i fenomeni di eccitazione
neuronale indotti dagli stessi oppioidi che, contrariamente a quanto
si ritiene, possono essi stessi causare il dolore. È fondamentale,
quindi, identificare quello che sta accadendo perché altrimenti
il trattamento stesso può diventare la causa.
D’altra parte però, purtroppo, la diffusione di numerosi
preconcetti e la complessità delle normative che regolano la
prescrizione degli oppioidi, fanno dell’Italia uno degli ultimi
paesi al mondo per consumo di morfina nel controllo del dolore oncologico,
ancora il 50% dei pazienti sofferenti non riceve un’adeguata
e specifica terapia antalgica. Come sfatare i preconcetti che ne condizionano
l’uso? Cosa si può fare per diffondere una cultura del
dolore e del suo trattamento in Italia?
Naturalmente le osservazioni precedenti non si devono tradurre nel
limitare l’uso degli oppiodi in quanto si tratta di casi eccezionali:
i fenomeni di ipereccitazione sono rarissimi. Nella maggior parte delle
situazioni cliniche, infatti, il dolore da cancro risponde molto bene
agli oppioidi.
Al contrario altri preconcetti, come quelli della dipendenza,
sono assolutamente fasulli. Gli oppiodi nella cura del dolore da cancro
non producono dipendenza, perché la motivazione che è alla
base dell’assunzione è completamente differente, non è la
stessa cosa di ciò che accade nel tossicodipendente. Molto spesso,
infatti, se è stata rimossa la causa del dolore è possibile
ridurre o addirittura interrompere la somministrazione degli oppioidi
senza indurre alcun effetto particolare che invece si può osservare
con i tossicodipendenti. Sono questi i preconcetti che vanno sfatati:
l’uso clinico-medico degli oppioidi è abbastanza sicuro,
più di quello degli antinfiammatori: un altro preconcetto.
A proposito di antinfiammatori ed oppioidi, cosa emerge dal confronto
tra gli effetti collaterali?
Siamo di fronte ad un dato molto semplice, cioè che gli effetti
prodotti dagli oppiodi sono immediatamente visibili: sonnolenza, confusione,
costipazione e vomito; al confronto, gli effetti degli antinfiammatori
non sono immediatamente visibili, spesso si vedono quando il danno è già avvenuto,
ad esempio, quando è avvenuto il decesso. Di fronte ad un’emorragia
gastrointestinale, ad esempio, non ci sono sintomi che permettono di
prevederla, non c’è nessun segno correlato. Da questo
punto di vista è molto più rischioso l’uso degli
antinfiammatori.
E quali sono le evidenze disponibili?
L’uso centennale degli oppiodi ha permesso di dimostrare quali
siano i rischi e gli effetti collaterali, e, soprattutto, di rendersi
conto che sono tutti molto evidenti. Nella maggior parte dei casi,
infatti, si tratta di segni controllabili non nascosti. Gli effetti
collaterali degli antinfiammatori, invece, purtroppo non sono visibili:
il paziente svilupperà un’insufficienza renale; aumenterà l’ipertensione
in pazienti che sono ipertesi; in alcuni soggetti provocheranno lesioni
allo stomaco. Il tutto senza che sia possibile accorgersene. Il paziente
arriverà al pronto soccorso quando la complicanza è già avvenuta,
con delle lesioni gravi.
Con gli oppioidi è diverso perché ci si trova di fronte
a segni premonitori chiari, come sonnolenza o confusione, che indicano
il bisogno d’intervenire sul dosaggio. Se la sospensione del
farmaco oppioide non produce nessun danno - al più sono ben
visibili, ma non distruttivi, degli effetti durante l’uso – diversa è la
situazione con gli antinfiammatori dove possono verificarsi lesioni
tessutali al rene, allo stomaco, etc …
Inoltre, non si può dimenticare che molti analgesici sono epatotossici.
Ad esempio, il paracetamolo, notoriamente il più innocuo, è il
farmaco più quotato nelle lesioni acute tossiche che portano
al trapianto di fegato. I ricoveri in rianimazione che richiedono trapianto
di fegato urgente per necrosi acuta epatica, sono provocati, infatti,
da funghi o paracetamolo, nonostante quest’ultimo sia ritenuto
per altri versi - come per le lesioni allo stomaco - un farmaco più innocuo
rispetto agli antinfiammatori.
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